Jaques Le Noir racconta la sua conquista

La sua “Conquistadores” è nata da un disegno immaginifico. “Un po’ come quando uno stilista realizza un abito solo in un unico pezzo o un pittore disegna qualcosa di irriproducibile”, spiega il dj Jaques Le Noir. La cui idea nasce da uno degli innumerevoli esperimenti per creare qualcosa di nuovo e anche di fondere più stili in uno solo, unico. Jaques Le Noir ama sperimentare e mescolare vari generi, perché è convinto che questo è il futuro (“il presente mi dà già ragione su questo”). Il passato ci ha davvero regalato tutto quello che la musica poteva dare? Possibile, probabile. Le tracce di Jaques Le Noir così risultano molto eclettiche e spaziano tra mille influenze, soprattutto elettroniche. Nel periodo dell’adolescenza il dj e produttore trascorreva il suo tempo libero nel negozio di dischi vicino casa sua e ascoltava di tutto: dal rock alla chillout, dalla hardcore alla deep. “Conquistadores” è forse uno dei brani che più mi rispecchia data la numerosa influenza di generi collegati tra loro.

Come è andata la tua estate a livello lavorativo?

“Molto bene grazie. Ho lavorato a molti brani che sto terminando e ho avuto delle belle soddisfazioni a livello di pubblicazioni e di label, compresi anche tre spot televisivi nei quali hanno incluso altrettante e differenti tracce”.

jaques-le-noir-1Quali sono i tuoi programmi per questo autunno?

“Sicuramente quello di alzare ancora di più il livello qualitativo dei miei brani e raggiungere grossi obiettivi nel mercato discografico. Ma questo non mi preoccupa. Sono testardo e tenace, il raggiungimento di quello che voglio è solo questione di tempo. Ho sempre raggiunto quello che mi è interessato nella mia vita”.

Ti trasferiresti all’estero per lavoro?

“Ci ho pensato diverse volte. Ma dato che costruire un brano è così comodo farlo da casa, perché sprecare energie? Mi muovo spesso per lavoro ma sono molto affezionato a casa, alla famiglia e alle persone che mi circondano. Oggi internet ha tagliato le barriere e tutto è diventato più comodo”.

Sei anche un musicista?

“No, non sono musicista e non ho intenzione di studiare per diventarlo. Ho molti amici che lo sono ma li vedo sempre molto, troppo legati alle regole musicali. Sicuramente mi darebbe qualche vantaggio in più, ma preferisco sapere di non sapere quello che sto facendo dato che fino ad ora ho sempre raggiunto dei bellissimi traguardi”.

Dove suoni solitamente?

“Ho abbandonato quasi completamente il djing per scelta personale. Ho voluto dedicarmi completamente alla produzione audio. Non sono mancate le occasioni infatti tra cui il Nameless, WMC, Circo Nero e un tour in Corea. Trovo molta più soddisfazione nel realizzare un brano, qualcosa di mio che mi rimane come un trofeo nel mio studio che suonare nelle discoteche o nei festival. Ho sempre voluto vedere i miei brani suonati dai big e andare in classifica, e questo obiettivo l’ho raggiunto negli ultimi anni in modo costante in tutti i digital store. Forse un giorno cambierò idea e tornerò a fare il dj”.

Perché hai scelto Just Entertainment?

“Just Entertainment a differenza di tutte o quasi le label italiane con cui ho lavorato ha creduto nei miei progetti fin da subito. JE è un team affiatato, professionisti sempre disponibili, gentili e cordiali, e Sergio  (Cerruti) ha occhio, ha l’orecchio lungo su quello che ascolta. Mi sono ritrovato spesso in varie situazioni tra cui mi viene in mente una cosa di due anni fa, dove stavo per firmare cinque miei brani con una grossa label italiana e non ho ricevuto più nessuna risposta dopo mesi. Sembrava quasi che gli dovessi fare un favore. La cosa assurda che vedo in Italia è che tante label che si definiscono indipendenti grosse italiane non prendono prodotti italiani ma preferiscono comprare licenze all’estero di prodotti che già funzionano per poi riportarli in Italia”.

E magari quei prodotti sono stati inviati mesi o anni prima a loro in esclusiva e sono stati scartati.

“Per assurdo le mie tracce scartate da queste label sono state poi stampate su label all’estero e ritornati in Italia tramite licenza proprio attraverso loro a cui non piacevano. Il mio nome è sicuramente più conosciuto all’estero che in Italia anche per questo motivo. Le label fuori dal mio paese, nella grande maggioranza, mi hanno accolto a braccia aperte come eccezionalmente ha fatto JE in Italia. Vedo in Just la ricerca di talenti e sono orgoglioso di far parte di questa famiglia”.

Cosa pensi delle produzioni italiane in generale?

“In generale credo che ci siano molti talenti in italia, ma non vengono fuori per tre motivi. Il primo è che le label italiane non ascoltano i prodotti che gli vengono inviati o vengono scartati perché vogliono un copia e incolla di quello che funziona all’estero. Il secondo motivo è perché le poche label italiane competenti che ci sono invece di… allargare i loro orizzonti si riducono a tenere un team di topi di laboratorio per costruire brani su misura o, ancora peggio, non dare spazio ad altri perché hanno già la loro famiglia al completo. Il terzo motivo è che ci sono agenzie specializzate in costruzione di un artista, in un prodotto preconfezionato ed oggi quando paghi arrivi dove vuoi. Ci sono evidenti e chiari segni nel mercato italiano di dj o produttori nati dall’oggi al domani che senza un minimo di esperienza fanno subito “centro” in grosse etichette o con supporti quasi inarrivabili anche per chi è un addetto ai lavori. Strane coincidenze, tutto questo è molto strano”.

Quali sono i tuoi collaboratori?

“Non ho collaboratori, preferisco lavorare da solo. Raramente scambio idee e pareri con altri produttori, ma ogni giorno ascolto tonnellate di musica, di tutti i tipi demo ed editi”.

Cosa pensi dello scarto generazionale al giorno d’oggi? Ci sono dj davvero giovani e molti davvero anziani?

“Verissimo. Non amo molto quello che sta succedendo oggi nel mercato in generale dato che un ragazzino di 18 anni non può avere la stessa competenza o esperienza di uno di uno 40/50, ma purtroppo oggi sembra prevalere il primo sul secondo. Lo scarto generazionale è dovuto anche al fatto che oggi invece di puntare su quello che è un prodotto valido viene presa in considerazione l’immagine dell’”artista”, se così possiamo definire quest’ultimo. Infatti oggi più che bravo devi essere di bella presenza o avere quel carisma da “personaggio” per oltrepassare le barriere e raggiungere obiettivi che in questo campo vengono raggiunti invece con la fatica e il sudore degli anni”.

jaques-le-noir-2Qual è il tuo disco preferito in assoluto?

“’Cyan’ di Arno Cost nella versione remix di Michael Feiner: lo trovo un capolavoro assoluto”.

Il tuo stile musicale ha un nome ben preciso?

“No non credo, ma con tutti i nomi dei sottogeneri che nascono oggi forse un giorno denomineranno anche il mio”.

A quando risale la tua prima esperienza in studio?

“È difficile da datare, ho sperimentato le prime tracce dalle scuole medie con FL Studio, così per gioco riscuotendo comunque il consenso positivo di molti amici e addetti ai lavori. Ho capito che era la mia strada, quando venni incaricato di fare un dei primi remix. Mai avrei sognato il giorno dopo l’uscita di essere rilasciato su tre compilation del Ministry Of Sound. Svegliai perfino i miei alle due di notte per renderli partecipi della bella notizia. Oggi al posto del quadro del mio diploma c’è proprio uno di quei cd incorniciato”.

Quali sono i pro e contro nel fare musica house, oggi?

“C’è molta concorrenza. È una continua competizione che spinge anche a fare meglio degli altri e superarli. Escono di media circa duemila tracce al giorno ed è impossibile che vengono tutte ascoltate. Nascono produttori, dj e label dall’oggi al domani, oggi è diventato tutto troppo semplice e poco impegnativo. La competizione arriva quando vuoi raggiungere obiettivi più grandi e non ti accontenti più di quello che hai. Così nasce lo spirito e la voglia di fare meglio, di realizzare qualcosa di diverso, allo stesso tempo funzionale e innovativo. Vedo positivamente invece la nascita di fusioni, sperimentazioni di suoni e generi”.

jaques-le-noir-3Come sei entrato nel mondo della musica da discoteca?

“Da piccolo odiavo la musica in generale e ogni volta che salivo in macchina dei miei chiedevo di abbassare il volume o di spegnere proprio lo stereo. Intendiamoci, ascoltavano bella musica eh, Queen, Gabrielle, Michael Bolton, Whitney Huston. Tutto è cambiato quando iniziai a guardare il Festival Bar e mi appassionai a due gruppi che facevano faville in quel periodo, gli Eiffel 65 e i Bomfunk Mc’s. Da lì entrai anche la prima volta nel negozio di dischi della mia città. Non sapevo ancora che sarebbe stata la mia scuola. Inizialmente avevo un po’ confuso il dj con il produttore e volevo diventare come chi realizzava quei dischi. Volevo sentire i miei dischi in radio, recensiti e commentati, suonati dai big. Volevo vedere i miei dischi in quel negozio, in cui avevo trascorso la mia adolescenza. E così è stato. Ho dei ricordi bellissimi di quegli anni. Rifarei tutto da capo solo per poter rivivere quei momenti”.

Che accadrà in futuro alla house?

“La musica è una ruota. Adesso va di moda il vintage, fa figo ed è una parte di mercato che era diventata di elite mentre adesso è per la massa. In tutto anche nel modo di vestire e nell’oggettistica, persino per la casa. Quando sarà venuta a noia anche questa ondata torneremo all’ultra moderno”.

Il suono del domani, quale sarà?

“Il suono del domani non esisterà. Come ho detto in una delle predenti risposte, quello che la musica poteva regalarci lo ha già fatto in passato. Il domani sarà solo una ripresa di quello che già è stato”.

Autore: Riccardo Sada
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